The Crown

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Manuel Sette
Scritto da Manuel Sette

Non ancora sul trono, Elisabetta inizia ad assumersi le responsabilità che le competono in quanto Altezza Reale del Regno Unito. Mentre re Giorgio affronta le difficoltà che il suo ruolo gli impone, Winston Churchill diventa nuovamente Primo Ministro e si prepara a portare il popolo di britannico in un passaggio epocale più unico che raro.

Non c’è modo di pensare alla storia europea e mondiale dell’ultimo secolo senza fare riferimento alla figura di una donna, una sovrana la cui presenza sul trono di una delle monarchie più longeve di sempre ha plasmato il corso storico di innumerevoli stati e persone, che in lei hanno trovato o trovano tuttora un punto di riferimento incrollabile. A quasi 65 anni dalla sua ascesa al potere,  Elisabetta II, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri Reami del Commonwealth, non smette ancora di esercitare un fascino del tutto particolare tanto da portare innumerevoli autori e registi a ricostruirne e immortalarne la vita.

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Che tante energie siano state spese per riprodurre la vita di questa sovrana, con fedeltà più o meno accurata a seconda dei casi, è indice del ruolo che Elisabetta II ricopre da ormai sei decadi: non soltanto figura principale di un’istituzione millenaria, ma addirittura icona di quello stile così riconoscibilmente britannico, leggermente conservatrice ma comunque moderna e mai antiquata. Nonostante questo, The Crown si apre con un’ampia occhiata alle vicissitudini interne alla famiglia reale inglese, ancora prima che Lilbeth – questo il soprannome con cui Elisabetta era chiamata dai familiari – ascendesse al trono. Infatti, un aspetto peculiare di questo primo episodio è il ruolo paradossalmente marginale riservato alla protagonista, interpretata da una promettente Claire Foy.

In questo pilot la giovane Elisabetta è l’erede al trono, prima in linea di successione in quanto figlia primogenita di Re Giorgio VI e di sua moglie, la Regina consorte Elisabetta, conosciuta poi come Regina Madre. Non essendo ancora sovrana, Elisabetta è quasi una figura di passaggio: assistiamo al suo matrimonio con Filippo (Matt Smith), lieutenant della Marina Militare nonché futuro Duca di Edinburgo, alla nascita del principe Carlo e della principessa Anna, ma questi eventi rimangono in secondo piano rispetto agli eventi che interessarono la Famiglia Reale nell’immediato dopoguerra. Non è un caso che i veri protagonisti del pilot di The Crown siano re Giorgio e il primo ministro inglese, il padre della nazione Winston Churchill.

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Sebbene spesso rilegato nell’ombra della figlia che gli è succeduta, Giorgio VI è stato l’uomo giusto al momento giusto. Il sovrano sedette sul trono durante la Seconda Guerra Mondiale e si erse a vessillo di forza e potenza, guida morale della patria britannica, che sola resistette alla tirannia nazista che teneva in pugno il resto del continente. Ma se da una parte il sovrano incarnava l’importanza del pater patriae, dall’altro era un uomo come tanti, vittima di una balbuzie (immortalata dal film Il discorso del re) che gli rese difficile comunicare con il popolo e poi di un fatale tumore al polmone.

Il sovrano gode, in questo pilot di The Crown,  di una rappresentazione austera e autoritaria, sebbene in privato si lasci andare a momenti più distesi e rilassati, per non parlare della sua nota passione per le filastrocche volgari. Jared Harris, famoso per le sue performance in Mad Men Fringe, porta in scena un uomo che, nascosto dai paramenti sontuosi e dalle uniformi ufficiali, è un uomo comune, destinato come chiunque altro mortale ad affrontare fino all’ultimo giorno le proprie difficoltà, il tutto in contrasto con il ruolo che gli è stato conferito per diritto di nascita. Come un padre qualunque, re Giorgio prende da parte la sua primogenita e, conscio del poco tempo che gli rimane, la prepara ai doveri che Elisabetta dovrà assumere in futuro e ne approfitta per godere di quei momenti intimi e familiari che il peso della corona preclude a chi la porta. Un sovrano non è una statua di sale lontana dal proprio popolo, e Giorgio VI lo dimostra alla perfezione non sottraendosi all’incontro con i propri sudditi dopo il matrimonio di Elisabetta, arrivando persino a commuoversi cantando semplici canti natalizi.

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Contrapposto al sovrano, almeno in quanto a figura di spicco in questo episodio, a interpretare il granitico Churchill c’è un irriconoscibile (e americano!) John Lithgow, vincitore di un Golden Globe e di un Emmy per il suo ruolo in Dexter. La figura dello storico Primo Ministro è rappresentata in maniera eccelsa: Lithgow dà esattamente l’idea di un uomo che porta sulle proprie spalle di anziano il peso delle responsabilità di un paese intero, l’idea di qualcuno che è da lungo tempo abituato a prendere decisioni ardue in tempi difficili. Il Churchill che traspare dall’interpretazione magistrale di Lithgow è quello di un uomo ligio al dovere, un personaggio di azione piuttosto che un grigio burocrate, pronto ad abbandonare l’idea di dimettersi dalla propria carica per via del senso di responsabilità nei confronti del proprio paese. Si percepisce in lui la piena consapevolezza della necessità della sua presenza in vista dell’arrivo di un nuovo sovrano: quando Churchill diventava Primo Ministro per la seconda volta, a Giorgio VI rimaneva poco da vivere, e la possibilità dell’ascesa al trono di Elisabetta si faceva sempre più concreta. Questo poneva Churchill in una posizione poco invidiabile: avrebbe dovuto guidare il paese in un periodo di doppia transizione, dovendo trainare il Regno Unito fuori dal baratro causato dalla guerra e verso una nuova epoca segnata dalla presenza di una Regina.

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Ciò che più convince di The Crown è la verosimiglianza che caratterizza orizzontalmente qualsiasi aspetto di questa serie: sin dal primo episodio, si viene piacevolmente colpiti dalla magnificenza dei costumi, riprodotti ad hoc con una fedeltà quasi millimetrica, dal portamento e dall’accento degli attori, che riflettono brillantemente l’immagine della monarchia britannica durante gli anni ’50. Complice una fotografia sublime, che esalta sia la cupa Inghilterra sia l’aria frizzante e mediterranea di Malta, lo spettatore è immerso a fondo nella storia, e tanto è la credibilità dell’adattamento che sembra quasi di essere a corte.

Dietro a questa imponente ricostruzione storica, si riconosce l’impegno colossale a cui Netflix è andata incontro scommettendo su questa serie: The Crown è infatti il prodotto più economicamente oneroso sfornato dalla casa di produzione – e di certo, a giudicare dal pilot, basta poco per credere che Netflix non abbia badato a spese. Tutto è perfetto: dalle uniformi militari a quelle del personale di servizio, dai gioielli dei reali alle parrucche di scena indossate dagli attori (una menzione particolare merita il toupet di Matt Smith), il tutto supportato da un team eccezionale che ha lavorato per portare alla ribalta – se mai ce ne fosse ancora bisogno – la storia di una delle donne più famose del pianeta. Del resto, non poteva essere altrimenti: nata dalla penna di Peter Morgan, che già aveva diretto il premio Oscar Helen Mirren in The Queen, e sublimata dalle musiche del maestro Hans Zimmer e dai costumi nati dalla mente del costumista di Game of Thrones, questa serie ha tutte le carte in regola per essere il miglior prodotto seriale (e non solo) degli ultimi anni.

Per questi motivi, non possiamo far altro che attribuire 5 porcamiseria su 5 a questo pilot: The Crown non delude le nostre aspettative a qualsiasi livello e non fa altro che invogliarci a continuare a seguire i 9 episodi rimanenti, pronti a immergerci appieno nelle dinamiche di corte al grido di God save the Queen.

5

 

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L'Autore

Manuel Sette

Manuel Sette

Ho iniziato a vedere serie TV quando Sidney Fox esplorava tombe e Xena ululava lanciando dischi rotanti: da allora, la mia vita è scandita da episodi, forse troppi. Studio medicina, ma se pensate sia una Meredith Grey wannabe vi mando la mafia di Shonda a casa.