Sherlock

4×01 The Six Thatchers

Giuseppe Capuano
Scritto da Giuseppe Capuano

Sherlock riprende a risolvere intricati casi all’ombra della rinnovata minaccia di Moriarty. Nel frattempo il tormentato passato di Mary Watson finirà per travolgere la ritrovata tranquillità della famiglia, consegnando i personaggi al loro inevitabile destino.

Dopo una lunga attesa, mediata solo dallo speciale dell’anno scorso The Abominable BrideSherlock ritorna con una quarta stagione che già dal primo episodio sconvolge le dinamiche degli abitanti del 221B di Baker Street.

Oh, oh, cavallo, oh, oh

A seguito del presunto ritorno di Moriarty, a Sherlock viene revocato l’esilio per l’omicidio di Charles Augustus Magnussen, con conseguente insabbiamento dell’evento da parte di Mycroft e del Governo britannico. In attesa di avere ben chiare le mosse della nuova minaccia del Napoleone del crimine, il detective decide di continuare nella sua attività di risoluzione di casi al limite della comprensione della polizia, imbattendosi nella strana vicenda di un distruttore seriale di busti in gesso di Margaret Thatcher. L’avventura porterà alla luce il tormentato passato di Mary Watson, di cui avevamo avuto menzione nel finale della scorsa stagione, e che ingloba pian piano l’episodio fino all’inevitabile colpo di scena a fine puntata.

Che sia Samara, Samarcanda, Sumatra o l’acquario di Londra, l’ineluttabilità del nostro destino ci attende al varco, paziente come il fiume che scava la roccia (non a caso l’acqua è un elemento ricorrente in questi novanta minuti, fino all’esplosione di blu nella fotografia del finale). È una lotta contro il fato quella di Sherlock in questo episodio, il quale non riesce ad accettare la versione “ufficiale” di Appuntamento a Samar(r)a, troppo difficile da concepire per una mente cui le scelte appaiono prevedibili sulla base di piccoli dettagli, ma mai pre-indirizzate; decisioni schiave delle probabilità e non legate al capriccio di una linea tracciata da chissà quale entità astratta. Sarà questo errore di valutazione a portare il detective a sottovalutare la minaccia di Norbury, apparentemente imprevedibile eppure bisbigliata durante tutto l’episodio. Vivian Norbury aspetta lì, all’acquario di Londra, da inizio episodio, fino a che tutti i partecipanti non saranno di fronte a lei all’orario prestabilito, con la conseguenza di far saltare la promessa fatta alla famiglia Watson e l’allontanamento di John.
C’è un passaggio nella puntata che, pur fungendo da momento di alleggerimento, rivela invece una grande verità di questo The Six Thatcher: dopo aver peregrinato assumendo diverse identità per scappare alla morte incontrata a Londra, Mary, versione moderna del soldato di Samara, ha uno scambio in Marocco con Sherlock, che è riuscito a rintracciarla fin lì. Egli, volto inconsapevole della Morte, la convince a tornare a Londra dove, promette, sarà al sicuro. Nel dialogo tra i due, Holmes spiega come abbia potuto rintracciare l’amica, scimmiottando se stesso e tirando in ballo, per schernirle, le probabilità. È questa la chiave dell’episodio, rivelata in un momento comico che col senno di poi ha le fattezze di una condanna a morte per la giovane. La Morte gioca coi volti e con i luoghi, muove Ajay, Sherlock e la Norbury come marionette fino all’ineludibile mousetrap per Mary, orchestrata come una macchina di Goldberg. Checché ne pensi il giovane Holmes, Mycroft conosceva a priori il finale già scritto della storia: non esiste pensione per la signora Watson.

Families fall out

L’altro grande protagonista della puntata è la famiglia, declinata sia nel senso parentale, sia in quello allargato dell’amicizia più profonda. Nonostante il rapporto tra i due Holmes ci venga raccontato da quattro stagioni, adesso assume nuovi contorni sia per le rivelazioni di un terzo membro (si vedano le note al riguardo), sia confrontate con il nuovo nucleo famigliare degli Watson. Ma la famiglia, amicale o genetica che sia, richiede grandi impegni e con essa si fanno più cupe le minacce di un tradimento: Ajay crede sia stata Mary a tradire il proprio gruppo, tanto da volerla uccidere per aver violato il sacro vincolo della fiducia reciproca; Vivian Norbury è invece l’artefice del tutto, vendendo il proprio Paese un pezzo alla volta senza scrupoli per le vite che ciò comporta; Watson va con un’altra donna, venendo meno alla propria promessa matrimoniale e, allo stesso modo, Sherlock è incapace di mantenere il voto di proteggere Mary, tradito anch’egli dalle proprie intuizioni, tanto da portarlo a scegliere “Norbury” come parola chiave per ricordargli il pesante fardello di questo fallimento, per riconsegnarlo al flusso del fato nel momento in cui, sopravvalutandosi, pensa di essersene tirato fuori.

la distrazione è fondamentale per portare a termine con successo il numero, ma il meccanismo comincia a farsi, in questo caso, troppo barocco per non ripetere se stesso
Dal punto di vista tecnico l’episodio parte in maniera molto, forse troppo, accelerata, con accenni sparsi all’ossessione di Sherlock per Moriarty (mai veramente presente), e con una normalità riacquistata probabilmente in maniera troppo repentina, con una sfilza di casi che ci vengono presentati più per un ammiccamento ai fan del canone doyliano che non per reale pertinenza alla trama. Questa sensazione di trovarsi all’interno di una lavatrice scema pian piano, man mano che si delineano le vere direttrici dell’episodio e sfumano le diverse false tracce disegnate per depistare lo spettatore. Come in un gioco di prestigio, la distrazione è fondamentale per portare a termine con successo il numero, ma il meccanismo comincia a farsi, in questo caso, troppo barocco per non ripetere se stesso, con la conseguenza di appesantire un minutaggio non facile da seguire costantemente al massimo dell’attenzione. Continuano a funzionare le sovrapposizioni tra le immagini, anche quando non sono funzionali al racconto ma solo metaforiche e simboliche.

Poco da dire sulle interpretazioni, sempre di alto livello, con un plauso sia a Marcia Warren, che avevamo visto nei panni di una vecchina innocente in Vicious e che qui ritroviamo nella spietata Vivian Norbury, sia a Martin Freeman nella struggente scena finale. I personaggi si colorano di sfumature nuove, non sempre coerenti con la psicologia finora delineata: il tradimento di Watson è difficile da gestire, così come l’apertura di Sherlock alle non-troppo-razionali intuizioni (pur camuffate da stati pre-cognitivi). Al netto di questi piccoli difetti, con un’accozzaglia (almeno iniziale) di temi non sempre chiara, l’episodio sfiora il voto massimo ma non lo raggiunge: quattro porcamiseria e mezzo sono comunque un ottimo inizio per questa attesissima stagione.

4.5

 

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Note

  • Il titolo dell’episodio richiama quello della storia The Six Napoleons, cui è anche parzialmente ispirata la trama.
  • Rivolto alla piccola Rosie Watson, Sherlock cita una celebre frase della controparte letteraria, quando fa notare che Watson guarda ma non osserva.
  • Il titolo della versione modificata da Sherlock della storia della morte a Samara è Appuntamento a Sumatra. Questo è probabilmente un riferimento al storia, mai scritta da Doyle ma solo accennata dall’Holmes cartaceo, del Ratto gigante di Sumatra (un romanzo che tratta quest’avventura è stato pubblicato nel maggio 2016). Alla medesima storia fa riferimento il rat pronunciato da Sherlock ad un certo punto dell’episodio.
  • Il cliente che, una volta spiegata la soluzione del proprio caso, non rimane sorpreso dalle capacità intellettive del detective cita più o meno testualmente un dialogo de The Adventure of the Red Headed League.
  • La Perla nera dei Borgia è al centro della storia letteraria dei Sei Napoleoni, mentre qui viene usato come espediente per depistare dalla chiavetta nascosta nei busti della Thatcher.
  • The Sign of Four è l’altra grande storia a cui attinge questo episodio. Nell’avventura cartacea troviamo infatti il riferimento ad Agra che però, anziché essere l’acronimo del gruppo di mercenari di Mary Watson, è in realtà una città indiana che dà il nome all’omonimo tesoro nascosto in essa. Tale tesoro doveva essere diviso in quattro parti uguali tra degli uomini uniti da un patto di non tradimento reciproco. Ricorda qualcosa?
  • Il cane Toby appare proprio nella storia The Sign of Four.
  • Il ristorante cinese Reigate Square, il cui menù appare sul frigo di Mycroft, sembra richiamare The Reigate Squire, un racconto che appare nella raccolta The Memoirs of Sherlock Holmes.
  • In The Adventure of the Yellow Face, un racconto doyliano, Sherlock si lascia ingannare dalla fretta e manca la soluzione di un caso per una sovrastima delle proprie capacità. Lo scioglimento di quell’enigma si trova in realtà in un cottage a Norbury, a Londra. Dopo questo episodio Holmes raccomanda a Watson di ricordargli il nome di quella località qualora il suo ego accecasse nuovamente la risoluzione delle indagini. La stessa cosa, con qualche variante, accade alla fine di questa puntata con la signora Hudson.
  • La terapista a cui si affida Sherlock è la stessa intravista qualche stagione addietro.
  • Durante uno dei sogni di Holmes, oltre alla figura di una ragazzina (forse Sherrinford), si intravede un cane la cui identità è probabilmente quella di Barbarossa, citato nella terza stagione e nello speciale.
  • A proposito di Sherrinford, protagonista della misteriosa telefonata degli ultimi minuti, sappiamo per certo, dalle parole di Mycroft nel season finale scorso, che esiste un terzo Holmes. La sua identità è ancora un mistero e potrebbe trattarsi sia di un uomo che di una donna. Sherrinford era l’alternativa al nome Sherlock ipotizzato da Doyle per il grande detective, e, fuori dal canone doyliano, appare come terzo fratello degli Holmes nelle ipotesi dello studioso William S. Baring-Gould, che raccolse le briciole lasciate da Sir Doyle nei suoi romanzi, dove si diceva di qualcuno rimasto a badare alle cose di famiglia mentre Mycroft e Sherlock erano indaffarati con le loro indagini.
  • Alcuni dei casi che si intravedono raccolti nel blog di John fanno riferimento ad avventure cartacee: il Mr. Hatherley di cui si legge nel post The Dusty Death (apparente citazione da Macbeth), richiama l’omonimo personaggio del doyliano The adventure of the Engineer’s Thumb. Un altro articolo del blog si chiama The Canary Trainer, come il racconto holmesiano del 1993 di Nicholas Meyer.
  • Ancora una volta sentiamo la frase “Mai i gemelli”, che vi sia un indizio riguardo alla famiglia Holmes?

In effetti…

Il contrappasso per come l’hanno presentato nello speciale dell’anno scorso:

Cupola autoportante hai un nuovo avversario:

 

 

 

 

L'Autore

Giuseppe Capuano

Giuseppe Capuano

Grazie al suo Tardis viaggia da Sunnydale a Capeside passando sull'isola di Lost. Ha frequentato il Community college ed è contento di avere una Modern Family che gli permette di vedere cose orrende come Last resort. È al contempo un appassionato di fumetti e cinema (da prima che iniziassero a uscire assieme). Non supererà mai il trauma della chiusura di Hannibal e Suburgatory, per questo si consola facendo il wedding planner a Westeros.