Tom Clancy’s Jack RyanSeason 1 Recap: Il lupo travestito da agnello

Season Recap Jack Ryan torna con un nuovo volto e un nuovo inizio e riesce a convincere lo spettatore e ad accompagnarlo lungo otto ore di avventure.

La domanda che qualcuno potrebbe farsi è: dopo cinque film (di cui almeno un reboot) e quattro diversi interpreti c’era davvero bisogno di una serie su Jack Ryan, il personaggio che ha reso famoso lo scrittore Tom Clancy? Dopo varie riletture, spostamenti avanti e indietro nel tempo (sia inteso come età che come ambientazioni), il personaggio ha ancora qualcosa da dire senza annoiare? Proviamo a rispondere.

La serie, firmata da Carlton Cuse (Lost, The Strain) e Graham Roland (Lost, Fringe), si rivolge a un pubblico che non necessariamente conosce il personaggio né le sue origini letterarie: un reboot in piena regola, quindi, ma assolutamente necessario per fornire una totale libertà creativa e narrativa e portare le vicende dell’analista CIA a nuovi appassionati; indietro quindi con l’età di Ryan, che incontriamo nel primo episodio in un giorno come un altro del suo lavoro presso l’Agenzia di Spionaggio statunitense e, con lui, veniamo catapultati in una sequenza di vicende mozzafiato che terranno lo spettatore incollato fino all’ottavo, catartico episodio.

Fondamentale in questa prima stagione è sicuramente il ritmo: ogni episodio procede a passo veloce, senza concedere troppo alle perdite di tempo fini a loro stesse; scordatevi sottotrame tirate per le lunghe o vicende che sembrano non terminare: gli autori hanno ben chiaro che scelte del genere possono sganciare l’attenzione dello spettatore, errore che si è riscontrato varie volte in serie dello stesso genere del passato più o meno recente (Homeland in primis). Nell’intera stagione c’è una sola trama secondaria che, pur intersecando la principale in un momento critico e fondamentale, sembra poi imboccare una strada senza uscita che, se non verrà ripresa nella seconda stagione, lascerà un sapore di amara inutilità. Nonostante questo e altri piccoli difetti, la maggior parte dei quali – sebbene ridimensionati – erano già evidenti nella première, con la giusta dose di sospensione dell’incredulità la stagione è pienamente godibile, appassionante e, perché no, divertente.

L’episodio che ci porta nella realtà dei migranti e della tratta di uomini è mai come oggi attuale

Se volessimo riassumere in poche parole la trama, potremmo dire che si tratta del tipico scontro tra il mondo occidentale ed estremisti ispirati a Isis e Bin Laden, quindi potenzialmente nulla di nuovo sotto il sole: la novità sta nel modo in cui questa si sviluppa e nella gestione dei personaggi, atipica per il genere in questione.

Le vicende non sono lineari o scontate e sfidiamo chiunque a comprendere, prima degli ultimi episodi, l’obiettivo di Suleiman (Ali Suliman), il nuovo nemico dell’Occidente: la stratificazione e il fumo negli occhi la fanno da padroni e anche se si potrebbe obiettare che troppi tasselli finiscono per incastrarsi senza batter ciglio, il risultato finale è intrigante e avvincente e fa perdonare qualche eccesso in tal senso. La serie non vuole sicuramente essere documentaristica, il che rende accettabile che il realismo ceda in alcuni momenti all’azione e all’emozione se il risultato funziona, e qui funziona, senza dubbio: ciò non toglie che non manchino i momenti in cui la resa cerca di essere il più veritiera possibile, come nell’episodio che ci porta nella realtà dei migranti e della tratta di uomini, mai come oggi tanto attuale.

I personaggi sono il secondo elemento discriminante: gli autori hanno fatto tesoro delle lezioni dei film e di serie come 24 e hanno cercato di fornire al personaggio principale un cast di comprimari e antagonisti che potessero sostenerlo invece che finire nella sua ombra. Evidente, soprattutto, la cura dedicata a Suleiman: abbandonati i villain bidimensionali, cattivi per definizione, si è preferito optare per un ben più realistico personaggio stratificato di cui ci viene mostrato gradualmente il background, il percorso, le ragioni per l’odio e i rapporti con parenti e familiari, incluse l’importantissima relazione col fratello e, ovviamente, le dinamiche familiari con la moglie e i tre figli, che finiscono per costituire elemento portante della seconda parte della stagione.

Suleiman, pur estremista e folle, è frutto del suo passato e la serie punta molto nel mostrare le sue differenze con i musulmani veri, come lo stesso James Greer (Wendell Pierce), prima riluttante capo e poi spalla e potenziale amico del protagonista: in una serie del genere, mostrare un terrorismo a matrice islamica è ormai scelta molto delicata, che richiede la capacità di trasmettere un messaggio chiaro e specifico in cui si mostri la differenza tra estremisti e credenti. Jack Ryan riesce a cavarsela abbastanza bene sotto questo punto di vista, finendo anche per mostrare i risultati di un’intolleranza diffusa e indiscriminata: troppe volte siamo noi a creare il nostro nemico, ci viene ricordato. L’importanza di approfondire l’antagonista e la sua cerchia è evidenziata dallo screentime loro dedicato, che è inusualmente vicino a quello del protagonista.

Troppe volte siamo noi a creare il nostro nemico

Ma, si diceva, anche gli altri personaggi comprimari vengono ben gestiti. Se per Greer il lavoro di approfondimento, pur non paragonabile a quello ottenuto dal protagonista, ci permette di ottenere in pennellate successive un buon quadro generale del personaggio, anche Cathy Mueller (Abbie Cornisch), interesse sentimentale di Ryan, si libera dagli stereotipi e viene proposta come donna in gamba, equilibrata e competente. A testimonianza di quanto si diceva delle inutili perdite di tempo, quando i due si trovano in un momento di crisi dovuto alla scoperta delle menzogne lavorative di lui, la scelta di sceneggiatura è, apprezzabilmente, quella di farli comportare come persone adulte e non come ragazzini isterici: ci si vede a pranzo, si parla, si chiarisce. Aria fresca, dopo decine di serie in cui una situazione del genere sarebbe stata protratta all’infinito.

Concentrandoci sul protagonista, come avevamo già detto parlando della premiére, John Krasinski riesce a dar vita a un personaggio equilibrato e credibile, in cui i traumi del passato si riflettono sul carattere e sul comportamento del presente. Ryan è un ex-Marine, unico sopravvissuto a una missione in Afghanistan della cui fine tragica si accolla – non riveleremo perché – la colpa. La scelta di fare l’analista, pur dettata da una sua elevata capacità nel campo, deriva soprattutto dall’apparente necessità di stare lontano dall’azione, da qualunque situazione che possa riportarlo a quel trauma passato: un tentativo che, come si è capito, avrà vita breve e si scontrerà costantemente con la sua natura.

Secondo me tu sei un lupo che si traveste da agnello

Ryan è un personaggio che fonde cervello e azione e Krasinski riesce a essere convincente in entrambi gli aspetti, regalandoci forse la versione del personaggio – a detta di chi ha letto i romanzi – più fedele alle intenzioni dell’autore. Non stiamo parlando di un cavaliere senza macchia e tanto meno senza paura, anzi, ma di un individuo ancora convinto che non si possa a scendere a patti con ciò che ritiene sbagliato pur di portare a casa un minimo risultato: ciò non gli impedisce di sfruttare un’evidente cotta di una collega a suo favore e di fare più di una scelta opinabile nel corso della serie, ma sono integrazioni che non ne contraddicono la natura e, anzi, la rendono più umana.

Il finale, per quanto estremamente veloce – avrebbe probabilmente giovato un episodio in più – riesce a chiudere completamente le trame, lasciandoci la sensazione di aver visto un buon film d’azione di otto ore: la seconda stagione, in arrivo nel 2019, dovrà riuscire a proseguire nella buona strada intrapresa da questa e ci auguriamo sinceramente che lo faccia.

La buona impressione generale relativa alla produzione che avevamo avuto nella première può dirsi confermata: gli esterni sono stati sfruttati alla perfezione, le scene d’azione e gli effetti speciali sono buoni e mai lasciati al caso, permettendo allo spettatore di godersi momenti di buone scariche adrenaliniche.

Tornando, quindi, alla domanda iniziale: c’era bisogno di un altro Jack Ryan? La risposta, ormai ovvia, è che se il risultato è questo, allora sì, senza dubbio: una risposta che arriva da qualcuno, come chi scrive, che non è in alcun modo un fan né della serie di romanzi e di film né dei thriller spionistici in generale. Aggiungiamo in conclusione che se questo è il tipo di produzione a cui Amazon sta puntando riprendendo in mano titoli come Jack Ryan, siamo sempre più curiosi di vedere cosa farà con l’ormai certo Signore degli Anelli.

Porcamiseria
  • 7.8/10
    Storia - 7.8/10
  • 7.8/10
    Tecnica - 7.8/10
  • 8.2/10
    Emozione - 8.2/10
7.9/10

In breve

Azione, tecnica, una buona sceneggiatura e interpreti convincenti. Pur non essendo un capolavoro, Tom Clancy’s Jack Ryan sa appassionare lo spettatore e donargli 8 ore di piacevole intrattenimento spionistico.

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8/10 (2 votes)

Porcamiseria

7.9

Azione, tecnica, una buona sceneggiatura e interpreti convincenti. Pur non essendo un capolavoro, Tom Clancy's Jack Ryan sa appassionare lo spettatore e donargli 8 ore di piacevole intrattenimento spionistico.

Storia 7.8 Tecnica 7.8 Emozione 8.2
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