DisenchantmentPart 1 Recap: Non ci resta che ridere?

L'esordio di Matt Groening in casa Netflix non convince del tutto, limitandosi a mero sollazzo di una ventina di minuti dove non si ride di gusto.

Per coloro che hanno vissuto in una grotta negli ultimi mesi, Disenchantment è l’ultima fatica a firma Matt Groening, il creatore de I Simpson Futurama, per la prima volta impegnato in un prodotto originale Netflix. Si tratta di una serie d’animazione attualmente confermata per una stagione di venti episodi, la cui prima metà è stata rilasciata lo scorso 17 agosto.

Ambientato in un Medioevo fittizio dai contorni fantasy, con creature mitologiche e fiabesche, la trama racconta le improbabili avventure di una principessa sui generisTiabeanie (Bean per gli amici), e dei suoi nuovi compagni Elfo, creatura omonima che abbandona il proprio regno per conoscere il mondo esterno, e Luci, demone personale della principessa, misteriosamente inviatole per indurla alla cattiva strada. Compito non particolarmente difficile, giacché la giovane nobile ci viene già presentata come dissoluta, irresponsabile e intollerante ai doveri della corte, primo fra tutti il matrimonio combinato.

La stagione si apre infatti con un lungo episodio (quello col minutaggio più esteso rispetto alla media di trenta minuti degli altri) introduttivo, in cui assistiamo alle peripezie di Bean per evitare i pretendenti che il padre Zøg vorrebbe appiopparle per il bene del regno. Durante la fuga la principessa si imbatte in Elfo e Luci, con cui decide di darsi alle scorribande cercando di sfuggire a un percorso già tracciato dal padre e a un destino che la vorrebbe incastrata in un ruolo troppo stretto. L’inquietudine adolescenziale di Bean e la ricerca della propria strada e identità fanno il paio con le esigenze di Elfo, anche lui fuggito da un mondo incantato che però ha più le fattezze di una gabbia d’oro.

In questo doppio percorso di crescita, l’elfo si innamora della principessa, apparentemente non ricambiato, e costantemente punzecchiato da Luci. Nelle loro avventure i tre faranno i conti con un fanatismo religioso che sconfina nella superstizione e complotti politici volti a cambiare le dinamiche e le alleanze dei regni. Sono questi i punti focali dell’ossatura di trama orizzontale che la serie abbozza qua e là durante questi primi episodi, introducendo l’elemento seriale in un mondo, quello dell’animazione americana, tendenzialmente slegato da queste dinamiche, dove lo status quo non cambia da un episodio all’altro a meno di grandissimi sconvolgimenti.

Al netto di questo elemento non proprio innovativo, la serie non mostra grandi meriti, preferendo appiattirsi sugli standard consolidati della produzione di Groening. Nonostante il tentativo di evitare paragoni con i modelli precedenti, il confronto diventa inevitabile quando i tre protagonisti ricalcano alla perfezione Lela, Fry Bender, non solo nella caratterizzazione (a tratti piuttosto superficiale) ma persino nelle dinamiche interne al gruppo. Purtroppo il resto della serie non aiuta a smussare questo difetto, appesantito com’è da una profondità di tematiche che mal si adatta a un contesto di comicità animata: il percorso di ricerca di Bean e Elfo non ha alcuna leggerezza e si impone spesso sui momenti comici soffocandoli.

È possibile coniugare seriosità e ilarità in uno show comico, nell’animazione Groening ne è un fulgido esempio (Futurama su tutti, ma anche alcuni episodi dei Simpson non scherzano); purtroppo in questo caso gli elementi sono mal ponderati, sia nel loro amalgama che presi singolarmente.

La parte comica, infatti, manca del mordente necessario a imprimersi nello spettatore, relegando le risate al breve momento delle gag, senza episodi realmente memorabili.

La serie paga probabilmente lo scotto di diversi elementi: la pretesa di essere qualcosa di più rispetto a quello che realmente è, puntando su una parte drammatica eccessiva; le alte aspettative nei confronti dell’autore; la fisiologica lentezza della prima stagione, per forza di cose introduttiva e bisognosa di tempo per oliare bene gli ingranaggi comici e costruire un adeguato scenario per le gag; la scelta di dividere la stagione nel momento in cui qualcosa comincia a funzionare, puntando a un cliffhanger non gestito al meglio; non ultimo il cambiamento della comicità che ha visto imporsi nell’animazione (e non solo) in questi anni un modello più votato al nonsense che non quello tradizionale della costruzione minuziosa delle battute.

Chiaramente la comicità non invecchia, ma è soggetta ai trend del momento, e per gli standard attuali Disenchantment, con la sua prima parte, non va oltre l’intrattenimento fine a se stesso e incatenato ai pochi minuti di trasmissione, senza lasciare null’altro che un mero senso di sazietà (aiutato da una componente visiva che si solleva dalla sufficienza solo grazie al 3D) in attesa di una portata ben più gustosa.

 

Note

Nell’ultimo episodio è possibile stabilire che Disenchantment è ambientato nel medesimo universo di Futurama: quando Luci utilizza la sfera magica per osservare il passato, possiamo vedere Fry e il Prof. Farnsworth tra le diverse scene proiettate.

Porcamiseria
  • 6.5/10
    Storia - 6.5/10
  • 7/10
    Tecnica - 7/10
  • 6.5/10
    Emozione - 6.5/10
6.7/10

In breve

Legata a una comicità che non incide sullo spettatore, Disenchantment è un amalgama di elementi mal ponderati, dove la drammaticità di certi momenti soffoca l’ilarità, comunque priva del mordente necessario a rendere la serie un classico al pari dei due inevitabili modelli di riferimento, qui raffazzonatamene ricalcati.

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7.75/10 (4 votes)

Porcamiseria

6.7

Legata a una comicità che non incide sullo spettatore, Disenchantment è un amalgama di elementi mal ponderati, dove la drammaticità di certi momenti soffoca l'ilarità, comunque priva del mordente necessario a rendere la serie un classico al pari dei due inevitabili modelli di riferimento, qui raffazzonatamene ricalcati.

Storia 6.5 Tecnica 7 Emozione 6.5
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